Droni, bici e non solo per monitorare i nidi delle tartarughe

foto tartaruga plastica. Licenza WWF Troy MayneC’è un pericolosissimo predatore che mette a rischio la vita delle tartarughe nel Mar Mediterraneo. Il suo nome? Uomo. Le armi usate per questa strage? Attrezzi da pesca e plastica.

Fortunatamente, però, c’è chi si impegna a combattere questa piaga. Da oltre 20 anni WWF Italia, ad esempio, porta avanti il progetto Tartarughe marine con l’obiettivo di censire i nidi e identificare le spiagge italiane maggiormente interessate dalla nidificazione delle tartarughe.

Oltre al progetto Life Euroturtles – che, dal 2017, viene svolto in collaborazione con altri cinque paesi del Mediterraneo - è attivo anche TartAmar Calabria, progetto finanziato dalla Regione Calabria con fondi del Piano Operativo Regionale 2014-2020, grazie al quale vengono monitorate le coste dell’alto Tirreno e Ionio cosentino attraverso il pattugliamento mattutino delle spiagge e con l’impiego di droni, bici elettriche e una vela a motore.

Campi di volontariato WWF stanno per riprendere poi la loro attività di salvaguardia delle tartarughe marine nei centri di Policoro, Torre Guaceto, Torre Salsa, Crotone così come sono già attivi, nel recupero e nella cura delle tartarughe marine, i centri di recupero di Molfetta, Torre Guaceto, Policoro, Capo Rizzuto e di Massa.

Nel corso del 2019, purtroppo, gli operatori del Centro di recupero tartarughe marine WWF di Policoro ha salvato ben ventotto tartarughe Caretta caretta in difficoltà: cinque esemplari erano intrappolati o feriti da attrezzi per la pesca ed uno aveva ingerito plastica.

Proprio dal Centro WWF di Policoro giunge la storia di Anna, sfortunata tartaruga lunga 75 centimetri e dal peso di 56,6 chili, che un sub, nel corso di una immersione a Torre Borraco, nel comune di Manduria (TA), aveva trovato bloccata sul fondale da una lenza da pesca. Liberata dagli operatori della Lega Navale di Colimena, Anna è stata trasferita, prima,  presso il Centro WWF dove è stata sottoposta alle prime indagini veterinarie e quindi stabulata nelle grandi vasche per poi essere portata Sea Turtle Clinic DMV nell’Università degli Studi di Bari. Qui i veterinari, appurata la sussistenza di gravi lesioni e del rischio necrosi dovuto a un irregolare flusso sanguigno, hanno dovuto amputare l’arto sinistro. Anna ora è tornata al Centro Recupero del WWF di Policoro dove continua a ricevere le cure utili al suo totale recupero per poi, un giorno, poter tornare a nuotare libera in mare… possibilmente lontano da lenze e plastiche.

Fonte: comunicato stampa WWF

Foto di copertina: © Troy Mayne-WWF.jpg