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Governare il cambiamento: cosa è emerso dal 3° Forum italiano delle bioplastiche compostabili

Si è tenuto a Roma, all'Auditorium della Conciliazione, il 3° Forum italiano delle bioplastiche compostabili, l'appuntamento organizzato da Biorepack e Assobioplastiche, in collaborazione con il Consorzio Italiano Compostatori. Il tema scelto per l'edizione 2026 dice già molto del momento che stiamo attraversando: "Governare il cambiamento: il modello italiano alla sfida dei nuovi scenari economici, geopolitici e sociali". Un'intera mattinata di interventi ha messo a confronto mondo accademico, ricerca, istituzioni e filiera produttiva. Il filo conduttore? L'idea che siamo dentro un momento di discontinuità — un passaggio scomodo, pieno di domande più che di certezze — e che proprio per questo serva la responsabilità di dare forma al cambiamento invece di subirlo. Citando la filosofa Hannah Arendt, la conduttrice Tonia Cartolano ha ricordato in apertura che "non siamo nati per morire, ma siamo nati per cominciare": e cominciare, nel pensiero della Arendt, non è mai un atto individuale, ma un atto collettivo e responsabile. Ecco i punti fondamentali emersi dalla prima parte dei lavori.

Le aziende chiedono una direzione chiara

Ad aprire il confronto sono stati Armido Marana, presidente di Biorepack, e Luca Bianconi, presidente di Assobioplastiche. Marana — alla sua prima edizione da presidente, dopo i sei anni di lavoro del predecessore Marco Versari — ha fotografato senza giri di parole la difficoltà del momento. Il nuovo regolamento europeo sugli imballaggi è entrato in vigore come un compromesso al ribasso, con decine di atti delegati ancora da scrivere (52, per la precisione). Per chi fa impresa e investe capitali propri, questa incertezza normativa è il vero ostacolo: senza strategie chiare, l'imprenditore non ha le basi per rischiare. Bianconi, alla guida dell'azienda Policart e di Assobioplastiche, ha rilanciato sulla necessità di creare reti stabili per condividere competenze e valorizzare le risorse. Ha anche presentato una delle novità dell'edizione: i progetti di ricerca sostenuti da Biorepack e affidati a gruppi di giovani ricercatori, con il coinvolgimento delle Università di Bologna, della Campania "Luigi Vanvitelli", Statale di Milano, Padova, Pisa, Roma Tre e del CNR di Perugia. L'obiettivo, ha spiegato, è creare valore aggiunto e non limitarsi a inseguire i prezzi cinesi. Il messaggio condiviso da entrambi è netto: dalla ricerca al mercato fino alla politica, serve una visione comune. E se la politica non condivide quella visione, deve almeno indicare un'alternativa e una direzione chiara, "non può restare silente".

Il punto di vista dei Comuni

A portare la voce delle amministrazioni locali è stato Stefano Locatelli, vicepresidente dell'ANCI, con i saluti del presidente Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli. Locatelli ha ricordato che, a trent'anni dal Decreto Ronchi, l'Italia è passata da fanalino di coda a eccellenza europea nella raccolta differenziata. Ma la sfida ormai non è più la quantità — su quella ci siamo — bensì la qualità. E ha avuto il coraggio di dire una verità spesso taciuta: fare bene la raccolta differenziata costa, e raccontare ai cittadini che la tariffa puntuale farà risparmiare è stato un errore. Non significa che la direzione sia sbagliata: significa che serve onestà, e che il governo deve mettere risorse e non solo imporre obblighi, altrimenti il peso ricade interamente sui sindaci. Tra i nodi da sciogliere, ha indicato il divario impiantistico tra Centro-Sud e Nord e la necessità di "fare squadra" a livello nazionale per non farsi spazzare via dagli altri mercati.

Lo scenario globale e demografico secondo il Censis

L'intervento più ampio sullo scenario è stato quello di Massimiliano Valerii, direttore generale del Censis, che ha intrecciato fattori esterni e specificità italiane. Sul piano internazionale, Valerii ha descritto un'"età selvaggia", in cui il diritto e le istituzioni internazionali sembrano cedere di fronte alla forza. Qualche dato dalle indagini Censis: quattro italiani su dieci temono che le tensioni tra grandi potenze sfocino in un conflitto armato; sei su dieci non credono in un ruolo strategico dell'Unione Europea; e un 30% — minoranza non trascurabile — arriva a ritenere le autocrazie più adatte allo spirito dei tempi delle democrazie liberali. Il baricentro del mondo si è spostato dall'Atlantico al Pacifico. Lo dicono i numeri sul PIL a parità di potere d'acquisto: nel 1989, alla caduta del Muro, le economie avanzate occidentali producevano il 65% della ricchezza mondiale; oggi solo il 40%, mentre il 60% è prodotto dai Paesi un tempo definiti "in via di sviluppo". Da qui il richiamo alla "trappola di Tucidide": il rischio che una potenza egemone (gli USA) ricorra alla forza per contenere una potenza emergente (la Cina), come Sparta contro Atene. Sul fronte interno, Valerii ha insistito sulla transizione demografica: denatalità da record, invecchiamento (aspettativa di vita intorno agli 86 anni per le donne, 82 per gli uomini) e un Paese che dal 2014 perde popolazione ogni anno. Un processo, ha sottolineato, ormai irreversibile: dal 2008 a oggi l'Italia ha perso due milioni e mezzo di donne in età fertile. Infine, un passaggio che parla direttamente al settore: la parola "plastica". Per le generazioni del boom economico evocava modernità e benessere; per i giovani di oggi è diventata l'icona dell'inquinamento degli oceani. È quello che Valerii, citando l'antropologo Ernesto De Martino, ha chiamato un'"apocalisse culturale", la fine di un mondo. E proprio qui le bioplastiche compostabili possono essere parte della risposta: non più la plastica della classe media in ascesa, ma uno sguardo sul futuro con rinnovata fiducia.

L'economia: il vero vincolo si chiama debito

La prof.ssa De Romanis, docente di politica economica europea alla LUISS, ha portato l'analisi sul terreno dei conti pubblici, con una tesi di fondo: per la prima volta le crisi non si sommano, ma si scontrano, costringendo a scegliere a quale dare priorità. Il quadro italiano è severo. Quest'anno il nostro debito pubblico (138,4%) supererà persino quello greco: non potremo più dire "davanti a noi c'è la Grecia". E il debito costa: l'Italia è prima in Europa per spesa per interessi, una delle spese più inique perché sottrae risorse alla collettività per redistribuirle ai detentori dei titoli. De Romanis ha smontato due alibi ricorrenti. Il primo: il debito si può ridurre senza frenare la crescita — lo dimostra la Grecia, che ha tagliato molto più di noi e cresce quattro volte tanto. Il secondo: "la coperta non è corta". Chi lo ripete, ha avvertito, sta solo promettendo nuove tasse, perché ogni euro di debito in più si traduce in più spesa per interessi e più tassazione futura. Il problema, ha spiegato, non è la quantità della spesa pubblica (oltre 1.159 miliardi) ma la sua qualità: l'Italia è il primo Paese europeo per deduzioni e detrazioni, spesso regressive, che favoriscono chi non ne ha bisogno. Una "Repubblica delle tribù" in cui i gruppi più organizzati ottengono sussidi, lasciando fuori gli outsider: giovani e donne. E qui il nodo più importante. Nonostante la pioggia di bonus, l'Italia ha appena 1,11 figli per donna. La vera leva, secondo De Romanis, non è distribuire risorse ma aumentare l'occupazione femminile: siamo il Paese con il più alto tasso di inattività, e una donna su due che non lavora è PIL gettato dalla finestra. A questo si aggiungono 1,3 milioni di giovani NEET, che non studiano e non lavorano. La ricetta: meno tagli lineari, più investimenti in capitale umano (istruzione, formazione, istituti tecnici, apprendistato duale) e una vera politica economica — il tutto da portare al tavolo europeo non solo chiedendo flessibilità, ma con responsabilità.

Lo stato di salute del settore: dalla commodity al servizio ecosistemico

Il prof. Bertolini, docente alla Bocconi, ha acceso un faro sul settore con dati elaborati da Plastic Consult (Paola Uccelli) e con un'indagine anonima condotta tra le imprese. I numeri raccontano una contrazione: dal picco del Covid il comparto è calato nei volumi e soprattutto nel fatturato, con un numero di aziende in diminuzione. L'indagine restituisce un settore diviso: circa il 56% delle imprese ritiene che le cose stiano andando bene, ma un consistente 44% parla di andamento negativo. Le cause indicate sono sempre le stesse: concorrenza basata sul prezzo e non sulla qualità, invasione di prodotti extra-UE, normativa contraddittoria. Il convitato di pietra è la Cina, che Bertolini invita a smettere di sottovalutare: oggi è all'avanguardia su intelligenza artificiale, rinnovabili, biotecnologie e robotica, e sta trattando le bioplastiche come una commodity, con un mercato già da circa 2 miliardi (potenziale 10 miliardi nel prossimo decennio) e incentivi pubblici fino a otto volte superiori a quelli europei. La risposta non può essere competere sul prezzo. Bertolini ha proposto un cambio di paradigma: smettere di raccontare la bioplastica solo attraverso la carbon footprint — un concetto che, secondo le stesse imprese, non interessa al consumatore — e valorizzarla come servizio ecosistemico. Il messaggio più efficace, dicono le aziende, è che questo materiale non lascia residui dannosi nel tempo. La strada indicata: più internazionalizzazione, più innovazione (su cui paradossalmente solo il 7% degli imprenditori punta, mentre il 52% aspetta nuove normative) e soprattutto integrazione con i settori premium — food, fashion, cosmetica — dove l'alto valore aggiunto rende il fattore costo meno decisivo. Le bioplastiche italiane, in sintesi, devono diventare un'infrastruttura della bioeconomia.

Microplastiche e salute: il nuovo argomento decisivo

A chiudere la prima parte, il prof. Fabrizio Adani, dell'Università Statale di Milano, ha spostato il discorso su un piano che potrebbe cambiare radicalmente la percezione delle bioplastiche: la salute umana. La percezione della plastica, ha spiegato, si è evoluta: dal fastidio visivo (spiagge sporche, la tartaruga con la cannuccia) alla consapevolezza delle microplastiche, che oggi troviamo nel sangue, nel fegato, persino nel cervello — l'equivalente, si stima, di una carta di credito ingerita ogni settimana. La domanda non è più "mi rovina il compost", ma "mi fa male?". Qui sta il valore aggiunto delle bioplastiche compostabili, certificate su precisi standard di biodegradabilità. Adani ha mostrato una simulazione efficace: partendo da 100 kg di materiale, la plastica tradizionale lascia residui per migliaia di anni, accumulando microplastiche nell'ambiente; la bioplastica, invece, si degrada in tempi misurabili in mesi (in condizioni standardizzate) o pochi anni, raggiungendo un picco di concentrazione e poi calando. Risultato: minore concentrazione di micro-bioplastiche nell'ambiente, e quindi minore esposizione per il corpo umano. C'è di più: combinando la biodegradabilità con sistemi efficaci di raccolta differenziata — in cui l'Italia è prima — l'accumulo si azzera quasi del tutto. Da qui un invito concreto, sviluppato con il dott. Cucina del CNR di Perugia: distinguere chiaramente la microplastica dalla micro-bioplastica, perché un frammento di bioplastica nel suolo si comporta "come un pezzetto di legnetto". Serviranno ancora studi sugli effetti specifici sulla salute, ma il messaggio per "ricominciare" è chiaro: comunicare le bioplastiche non più solo come questione estetica o ambientale, ma come scelta che riguarda direttamente il nostro benessere.

Cosa è successo dopo

La mattinata si è chiusa con un coffee break e l'invito a visitare la poster session scientifica allestita per l'occasione. I lavori sono poi proseguiti con due tavole rotonde e un momento di premiazione — i contenuti della seconda parte del Forum, che meritano un approfondimento a sé. Quello che resta della prima parte è un quadro lucido e senza sconti: un settore pionieristico, una filiera autenticamente circolare, ma stretto tra concorrenza globale, incertezza normativa e una narrazione da reinventare. La sfida, come dice il titolo del Forum, non è subire il cambiamento, ma governarlo.